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Quest’anno compio i cinquant’anni di appartenenza all’ANTZA.

Sarebbe stata un bella occasione da festeggiare durante la nostra Assemblea Generale che tradizionalmente si svolge nel mese di maggio.

In questo maggio 2020, la tragedia Coronavirus ci obbliga a rimandare il nostro importante appuntamento.

Mentre ancora non è superata l’emergenza sanitaria, sempre più evidente e grave appare quella  economica. L’augurio che ci facciamo è di uscire velocemente e indenni da queste enormi difficoltà sperando che ciò che sta accadendo ci faccia riflettere e decidere di cambiare molto in quel modo di vivere che evidenti falsi profeti ci avevano convinto ad immergerci.

Per non allargare troppo il discorso mi limito a ciò che, da sempre, è l’oggetto del nostro interesse: la coltivazione e trasformazione della barbabietola, la produzione di zucchero, le sue utilizzazioni.

L’importanza dell’industria dello  zucchero in Italia è stata, nel secolo scorso, enorme. Trecentomila ettari coltivati a barbabietola, centoventi fabbriche costruite, ottantacinque contemporaneamente in marcia.

Una straordinaria quantità di altri prodotti collegati allo zucchero come alcool, lievito, energia, gomma sintetica, alcool carburante, produzione di leghe di magnesio.

Quarantamila dipendenti fissi, almeno centomila avventizi (di cui molti a lungo termine). Sono circa 150.000 persone.

Se ci allarghiamo all’indotto dell’industria saccarifera (meccanica, edile, della strumentazione, delle macchine agricole, delle sementi, dei prodotti per l’agricoltura) il giro di affari diventa enorme e diventa difficile persuadersi di come in così poco tempo tutto sia crollato, ridotto a due sole fabbriche che possono produrre 15% del fabbisogno italiano.

Così è accaduto, sebbene l’industria dolciaria italiana abbia un grande bisogno di zucchero: specialità come creme al cioccolato, dolci delle festività, dolci tradizionali delle regioni italiane, marmellate e confetture, canditi e mostarde, prodotte in Italia hanno grande successo nel mondo intero e generano un giro di affari enorme per il nostro traballante bilancio agroalimentare.

Per le materie prime ormai dipendiamo per l’80% dall’importazione.

Cerco di trovare un senso a tutto questo, ma tutto questo un senso non ce l’ha (canta Vasco Rossi).

È troppo sperare che un microscopico corpuscolo arrivato su di noi chissà da dove e che tanti danni ci ha causato, provochi almeno qualcosa di positivo, e ci faccia comprendere che molto di quello che abbiamo creduto inevitabile, un senso non ce l’ha?

Per ricordare i più recenti avvenimenti allego l’incipit di ISI 3/4-2019

La nostra Associazione continua la sua attività: in allegato le modalità per il rinnovo.